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VOLI LIBRANTI

“Dicono che Dio sia più felice quando vede i suoi figli giocare”. Si esprime così il narratore nel film di Robert Redford La leggenda di Bagger Vance.
Ivana è una di quei figli che rallegrano Dio, perché gioca a fare teatro.
Così l’ho conosciuta, incontrando il suo corpo e il suo gesto nel gioco teatrale, gesto con decise e incrollabili caratteristiche di volo.
Così è lei: un volo librante.
Non mi stupisco, quindi, nel leggere il titolo della sua terza raccolta di poesie.
Ivana attraversa in volo anche la parola. Utilizza, nei versi di Primavera, una folla di “r”, suono d’aria per eccellenza, o “nuvole”, in Corse aeree, aprendoci l’anima alla natura, ai paesaggi, alle incursioni di una stagione nell’altra.
Non c’è alcun dubbio su quanto lei ami la natura, e sono certa che questa sia il luogo mitico e segreto nel quale trova gli echi delle sue poesie, tutte scritte in versi liberi, come se i binari della rima e della metrica fossero una costrizione.
Noto con sincera ammirazione quanto il suo amore per il cielo, la terra, l’oceano, gli alberi e tutto ciò che il Creato ci offre, sia il timone per diventare lei stessa natura selvaggia: in Pensieri di nuvola, si chiede se gli uccelli pensano a volare più alti, come se Ivana stessa fosse in preda al vertiginoso desiderio di volo.
Un volo, il suo, non sempre armonioso, talvolta ombreggiato dalle inquietudini di un animo artistico costantemente teso a cercare “altre ali”, e un “nuovo cielo”.
Sorrido a pensarla nei nostri giochi teatrali, quando si perde perché troppo staccata da terra, ma poi, con tenacia e volontà, si ritrova esplorando una nuova condizione gestuale, più terrestre e faticosa per la sua indole, come lei stessa afferma in Eterna danza: si perde / il pensiero / e sempre / si ritrova.
Teatralità, la sua, che onora con sguardo attento nel tracciare le emozioni sottese a un debutto, di qualche tempo fa, nascosta dietro una quinta a reclamare le nozioni dei sensi, allertati dalla particolare serata e tesi a descrivere un mondo sommerso e potente, preludio al silenzio carico di aspettative, raccontato in Quinte: un autentico tributo al nostro lavoro in scena.
La nostalgia di un’esistenza perfetta, vicina all’Eterno, la troviamo in molte sue parole, che racchiudono il desiderio di aggiustare / l’anima / con la delicatezza / dell’arte / orientale, in Kintsugi, perché la bellezza possa essere balsamo per le ferite; in realtà l’autrice non delega la perfezione solo alla natura o all’arte, conferendo così un carattere di curiosa intelligenza alle sue poesie, ma ci esorta con continui rimandi a un lavorio interiore, a un incessante scavo nell’animo, nei versi di Traguardi, quando, nella provvisorietà / degli eventi / piantare pali / di conquista / contro i contrari / venti…, diventa l’avventuroso passaggio di noi umani sulla terra, costi quel che costi.
Questo suo cuore coraggioso Ivana lo affida al vento, elemento gemello al quale abbandonarsi ciecamente, perché non sempre esso è contrario, ma, come lei sente e sintetizza con indomita e leggera sicurezza in Cantastorie: il vento / conosce / ogni storia / del mondo.

                                                          Marina Coli