Posted on

AmErica

Questa raccolta doveva intitolarsi “Conversando con lo specchio”, ma poi ho deciso di dedicarla alla donna della mia vita, oltre che al Nuovo Mondo – il che per me è un po’ la stessa cosa: lei è il mio Nuovo Mondo, l’AmErica – per risultare meno criptico e più beatamente ingenuo. Quello che, nella sostanza, sono.
Il mio libro racchiude ed esprime non solo alcuni episodi importanti della mia vita, ma anche un’anima incoerente, tanto serena quanto conflittuale, tanto dolce quanto lucida e crudele.
Io stesso mi sorprendo di ciò che riesco a scrivere, perché, nonostante la mia fama di logorroico, non sarei mai in grado di parlare nello stesso modo di persona: qui sta il segreto della scrittura, e forse anche la sua ragione d’essere.
Sono convinto da sempre che scrivere significhi raccontarsi con tutta la forza, la grinta, l’amore, la disperazione, la gioia e la fantasia possibili, senza imbottirsi di retorica o di immagini troppo consuete, chiamate ad assecondare l’immaginario “poetico” del pubblico.
Non fraintendetemi, non mi azzardo neppure a mettere in discussione gente che ha immagazzinato in capoccia l’Arte mille volte meglio del sottoscritto, ma rimane il fatto che per me scrivere è una liberazione, è una scalinata stretta e impervia che porta all’estasi, forse persino a un qualche barlume di felicità.
Scrivere, per me, non significa rimirarsi l’ombelico, e neppure tentare di dimostrare capacità e talenti che non possiedo, ma è eros allo stato puro, è sangue, saliva e occhi sgranati.
È la vita stessa, e quindi non me la sento proprio di ridimensionarne il valore: la mia scrittura, a prescindere dalla sua qualità, vuole essere una lente di ingrandimento che vede dentro di me e che prova a decifrare gli altri.
Com’è lo spettacolo, bello? Non sempre, ma è il nostro spettacolo, e allora credo valga la pena perderci qualche minuto.
Forse vi state chiedendo quando ho intenzione di iniziare a parlarvi del contenuto del mio libro e di ciò che il mio libro affronta: la verità è che io stesso non sono in grado di spiegare le immagini che infarciscono i miei testi, anche perché si tratta di sensazioni e di figure così lapidariamente soggettive che credo sia giusto gustarsele in pace.
A volte non significano nulla, altre volte c’è troppo di me stesso e quindi preferisco sorvolare; a volte ci sono sensazioni che non sarei in grado di spiegare, altre ancora cose terribili di cui non riuscirei mai a parlarvi di persona, quindi ecco, la soluzione più logica mi sembra aggirare il problema.
L’unica cosa di cui sono sicuro è che questo libro, nonostante le tenebre che ogni tanto scaraventa in faccia al lettore, in realtà rispecchia il mio modo di essere, o quantomeno una parte di me, quella più complessa e libera.
Questo è un libro che vuole gridare al mondo che non è giusto arrendersi, che non è bello sprecare la propria esistenza e che nessuna tragedia e nessun orrore deve riuscire a convincerci che la vita è un tuffo in picchiata.
Se ragionassimo così, prima o poi arriveremmo a pensare che solo l’abitudine ci costringe ogni mattina a mettere i piedi fuori dal letto, perché in realtà nulla di ciò che ci circonda (e soprattutto i nostri simili) ha importanza per noi.
L’unica certezza è che una visione simile non mi appartiene: io non concederò spazio a una simile deriva, e se mai l’ho fatto sono stato un completo idiota. Anche se di rado sono soddisfatto di me stesso, anche se mi sento in debito con il resto dell’umanità per ragioni che ignoro (infatti ho deciso di fare l’avvocato, ovvero ho optato per una missione in terra, più che per un mestiere), continuo a credere che raccogliere le proprie forze a piene mani e provare a costruirsi un futuro – magari, felice – siano le cose migliori che si possano fare.
Senza però che questo implichi fingere di non vedere i problemi: ogni tanto questi problemi mi piace sbatterli in faccia, soprattutto a me stesso. Mi piace polemizzare, in tal senso, con quelli che mi circondano, ma prima con me stesso. Per mettere in discussione anche le mie certezze.
Passiamo a cose più serie.
La dedica è sin troppo ovvia: la mia vita è piena di gente meravigliosa, tanto che non starò a fare nomi – ma sto pensando a Voi: dal papà ai fratelli, passando per tutti gli altri. Ed è quindi logico che il libro sia un piccolo, umile regalo per chi è stato più grande e meraviglioso di tutti, anche se oggi non c’è più.
Qualche giorno dopo la morte di mia mamma, sono passato dal cimitero in collina che fa da guardia alla sua anima. Improvvisamente, mentre mi avvicinavo all’auto parcheggiata sotto i cipressi, l’immagine del suo sorriso mi ha dato le vertigini: il rumore del vento fra le foglie mi ha fatto toccare con mano la sensazione stessa di essere in vita e poi mi ha sollevato in aria.
Non so se fosse Lei che da lassù mi stava guardando, o se il cielo avesse deciso di farmi uno scherzo, ma sono certo che in quel momento ho incontrato qualcosa di più grande, ne ho percepito l’esistenza (e non parlo di qualche divinità).
In quel momento ho deciso che non avrei più sprecato un solo minuto di quel che mi resta da vivere, poco o tanto che sia. Ho deciso che il coraggio e la voglia di esistere, di affermare la stessa esistenza, a dispetto di tutto e di tutti, saranno la forza in grado di motivare e sorreggere la mia vita.
Che nessuno provi a contraddirmi, dunque.
Non sarò io a dirvi addio.
                                                                                                                                                                     Francesco Buffoli